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Una strada che porta lontano

Spettacolo di narrazione e canto
Autrice e attrice:
Santuzza Oberholzer
Regia: Martin Bartelt
Arrangiamenti musicali: Oskar Boldre
Drammaturgia: Michela Merazzi
Script storico e luci: Paolo Ambrosetti
Consulenza storica: Giorgio Cheda

Una saga familiare, cinque generazioni di donne partite e poi tornate, tra il sogno dell'America e una Svizzera italiana dalle valli troppo strette. Poi la guerra, gli uomini, i figli, i detti, proverbi e canzoni tramandate di madre in figlia. Una ricerca di teatro verità tra leggenda e storie di donne.

Si parte dalla realtà storica documentata, che privilegia le storie considerate minuscole e personali inserite nella Storia regionale, europea e del mondo.
È il racconto di un viaggio, di un andirivieni dalla Svizzera alla “Merica” passando anche dall'Italia, dal Ticino al deserto, dal passato al futuro costruito passo passo tessendo i fili della storia.
È il cammino di una, due, tre, cento donne partite per inseguire un sogno, per fuggire a un incubo, per aprire gli occhi sul mondo.
È la storia dell'emigrazione da quel punto di vista femminile che spesso è messo in ombra dalla quantità di racconti maschili.
È la storia di una famiglia attraverso lo sguardo complice del presente femminile che non vuole dimenticare, partendo dalla madre della protagonista Aurelia, nata a Cevio nel 1830.
Nomen omen, dicevano i Latini: nel nostro nome è il destino. Così Aurelia, la protagonista indiscussa della prima parte, delinea quella strada di famiglia che porta lontano, via dalla stretta cornice dei monti, lontano, verso un destino disegnato già nel suo vestito color malva.

Per il piacere di ricordare così che anche il pubblico si ricordi...
Per il piacere di raccontare così che anche il pubblico esca a raccontare che uno zio suo…
Per rendersi conto che le storie dei nostri nonni sono le stesse che raccontano gli
immigrati che vengono da noi oggi…

 

Recenzione

"È stata abile Santuzza Oberholzer, autrice e in­terprete di "Una strada che porta lontano", lo spettacolo di narrazione e canto che ha debut­tato venerdì al Teatro Paravento di Locarno. Nel­l'ambito della rassegna internazionale "La don­na crea", la Compagnia Teatro dei Fauni propo­ne un monologo destinato agli adulti, abbando­nando per un attimo il teatro per ragazzi. Unico elemento che riconduce all' amore per i burattini è una bambola, sfruttata a inizio spet­tacolo e dalle cui vesti prende vita il racconto. La narrazione, fisicamente inscritta all'interno di un filo rosso - il gomitolo della memoria che si sno­da - storicamente ripercorre cinque generazio­ni di donne emigrate. Poi tornate. A partire dal­la protagonistaAurelia, nata a Cevio nel 1830. Co­me accade nel teatro di narrazione, l'attrice si mette a servizio dell'intreccio; niente fronzoli, so­lo parole. Nessuna traccia di scenografie dida­scaliche: una sedia e una mantella sembrano più che sufficienti a evocare negli spettatori concet­ti generali, da arricchire con frammenti di me­moria personale, intima.
È creativa la regia di Martin Bartelt, con il costan­te sostegno canoro e gestuale che riserva all'in­terprete. Quindi canzoni in dialetto, inglese, spa­gnolo, francese, e ritmi scanditi da mani che si precipitano sul ventre, sulle gambe, il petto. Co­me si faceva una volta, insomma. Quand'anco­ra non c'erano gli iPod o gli sms, con la loro im­mediata funzionalità. Particolarmente simpati­ci gli arrangiamenti musicali di Oskar Boldre. Quasi la metà del monologo arriva cantata: dal­l'Ave Maris Stella medievale, al folclore, al jazz, agli anni Settanta.
Le luci di Paolo Ambrosetti eseguono movimen­ti pertinenti: evocativi alcuni passaggi coi blu re­si al massimo, a sottolineare parentesi dramma­tiche. Complice il debutto, qualche imperfezio­ne legata al ritmo. Tuttavia, quando uno spettacolo è imbastito con il cuore e poggia su una solida drammaturgia - qui firmata da Mi­chela Merazzi - tali carenze perdono rilevanza."

Margherita Coldestina, Giornale del Popolo, 18 Aprile 2008

 

Leggi qui la recenzione su "Teatro da 4 soldi" (pdf)

 

Il linguaggio della narrazione

La tradizione orale sopravvive ancora in un angolo delle Prealpi appena uscito da una civiltà contadina di stenti. Convive con gli sms, internet e il linguaggio globalizzato.
Ma la tradizione orale ha le sue regole, i suoi tempi e i suoi stili.
La narrazione deriva dalla capacità di scambiare esperienze, farle proprie e regalarle a chi ascolta. L'immagine del tessere racconti con i fili colorati delle parole è di un'immediatezza fisica sconcertante: il tessuto si dipana nella mente e nel cuore di chi crea immagini ed emozioni e chi ascolta percepisce il lavoro attento e paziente dell'artigiano che ha scelto con cura l'intreccio della storia.
Il narratore è al servizio della storia: la sua voce, il suo corpo e il suo cuore sono nell'esperienza che racconta e che riporta in vita ogni volta, senza fronzoli, solo con le sue parole.

Il linguaggio è quello popolare - forse un po' asciugato, come piaceva al poeta Plinio Martini - ma arricchito da modi di dire, proverbi e ritornelli, espressioni dialettali e canzoni. Di queste, alcune appartengono a tutta l'area della Lombardia, altre invece sono prettamente vallerane, ma anch'esse provenienti dal patrimonio orale e dall'epistolario degli emigranti, pazientemente e sapientemente raccolto dal professor Giorgio Cheda.
Lo spirito dello spettacolo si arricchisce infatti delle tracce emozionali presenti in queste antiche carte. Le lettere, per anni il solo modo per sentire la voce di chi era lontano, oltre a resoconti di vita, restituiscono le sofferenze, la nostalgia, il ricordo di volti persi nel tempo che spesso si rivedono grazie alle note di una canzone.
Le canzoni sono come un colore, una scenografia del momento narrato, un respiro in cui la narratrice e il pubblico possono lasciar scorrere le immagini.
Il repertorio popolare dell'epoca narrata va da un Ave Mari Stella medievale, cantato ancora trent'anni fa nelle chiese di valle, alle canzoni del folclore, alla musica leggera, al jazz, fino ad arrivare alla musica degli anni '70.
Una scena spoglia, una sedia, uno scialle che si trasformano in luoghi e oggetti diversi durante la narrazione sono sul palco all'inizio. Il filo rosso fisico, reale traccia il sacro cerchio del racconto.
Filo che diventa la storia e la vita stessa delle donne raccontate.

 

Bibliografia

Giorgio Cheda L'emigrazione ticinese in California , Dadò
1 storia dell'emigrazione
2 Epistolario 2 volumi
3 Merica! Immagini fotografiche
L'emigrazione ticinese in California , I ranceri (2 vol. ), Fontana

Pietro Bianconi Down there, (Svizzera italiana 1947)

Plinio Martini Il fondo del sacco Casagrande
Delle streghe ed altro Dadò
Epistolario (privato)

W. Benjamin, Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov , in Angelus Novus , Giulio Einaudi

F. Fiaschini, A. Ghiglione, Marco Baliani, Racconti a Teatro , Loggia De' Lanzi

 

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